giovedì 30 dicembre 2010

Consigliato a Danilo Ravarini

Vi proponiamo un articolo di Pierluigi Battista pubblicato su "Avvenire" che tratta della sindrome che affligge molti uomini di sinistra che vedono sempre e dovunque nuovi "fascismi" all'orizzonte. In particolare consigliamo la lettura a Danilo Ravarini che nell'ultimo numero di "Info Pd" ha stilato una lista di proscrizione di personaggi italiani che, secondo lui, rappresentano il peggio del peggio della nostra Italia (ovviamente non potevano mancare gli insulti al nostro Presidente del Consiglio). Tra questi c'è anche Marchionne, autore, insieme ad alcuni sindacati responsabili, di una vera e propria svolta nel mondo sindacale e del lavoro in generale.
"...A Mirafiori rinasce «il complesso del tiranno». La paura della democrazia post-fascista, fin dai primordi, di consegnarsi impotente nelle mani di chi decide troppo e che, decidendo troppo, avrebbe finito per assomigliare troppo a un nuovo duce. Il terrore del nuovo «fascismo», del nuovo «autoritarismo». Che in questi giorni prende le sembianze di Sergio Marchionne. Il nuovo volto di una vecchia proiezione psico-politica. Il nuovo bersaglio di un antico tic della sinistra, che vedeva e vede nuovi «fascismi» sempre e dappertutto. Il più esplicito nell’accostamento è stato Giorgio Cremaschi, che ha letto nell’accordo di Mirafiori sottoscritto da Cisl e Uil (ma per lui soltanto un odioso e antidemocratico diktat) i germi del «fascismo», appunto. Susanna Camusso è stata più tenue, ma sostanzialmente nella cornice di un’analoga denuncia: «autoritario e illiberale». Di Pietro, come al solito ignaro di ogni prudenza lessicale, ha prodotto la sintesi: Marchionne come esempio di «autoritarismo fascista». Il pericolo di una «deriva autoritaria» alla Marchionne unisce figure della sinistra che non sempre hanno condiviso negli ultimi anni scelte e parole d’ordine, da Sergio Cofferati a Mario Tronti, da Fausto Bertinotti a Rossana Rossanda. Sempre il fascismo alle porte, sia pur in nuove forme. La fobia del comando. Il decisionismo come vizio autoritario. Il pericolo di una «sterzata», di una «deriva», di una «svolta» come cemento emotivo per la costruzione demonizzante del nemico, vissuto ogni volta come minaccia, come rottura traumatica di una consuetudine democratica. O di un rito consociativo. O di un tavolo concertativo dove non prevale mai nessuno, e la decisione è per sua natura «condivisa». Ma è vero? Oppure è il retaggio di una sindrome molto diffusa nella cultura della sinistra che nel richiamo all’«unità antifascista» contro i nuovi tiranni ha fondato una parte decisiva del suo modo d’essere e di ragionare, anche a costo di un conservatorismo mentale e culturale duro a morire? Fu accusato di essere responsabile di una nuova stagione «fascista» addirittura Alcide De Gasperi, quando, di ritorno dal famoso viaggio negli Stati Uniti, all’alba della guerra fredda scaricò dal governo comunisti e socialisti rompendo per sempre la coesione delle forze che avevano fatto insieme la Resistenza. Ed era abitudine per i paladini della «nuova Resistenza» fischiare nelle cerimonie del 25 aprile gli esponenti della Dc accusata di non arginare lo scivolamento verso un nuovo «fascismo». «Fanfascista» era bollato sarcasticamente Amintore Fanfani, espressione di una vocazione «autoritaria» che avrebbe voluto (vanamente, come è noto) scalare il Quirinale per trovare formale compimento. Divenne «autoritario», agli occhi della sinistra che si riconosceva nel Pci, il Bettino Craxi artefice e motore di una «Grande Riforma» istituzionale che avesse il presidenzialismo come suo cardine. Perché questo era considerato ogni modello di Repubblica presidenziale: golpismo allo stato puro, modello autoritario, eccesso decisionista e dunque para-dittatoriale. Del resto, era diffusa nella cultura di sinistra che la matrice primaria di un nuovo fascismo nell’Europa post-bellica fosse il presidenzialista De Gaulle. Un paradosso: un nuovo fascista l’unico francese di rilievo che nel giugno del ’40, nei giorni della Francia umiliata e sbaragliata dai nazisti, chiamò alla lotta anti-hitleriana nel nome della dignità nazionale dal suo esilio londinese. Ma il paradosso è l’anima della sindrome del «pericolo fascista» alle porte. Una coazione a ripetere che offre innumerevoli repliche alla stessa trama politica e mentale, pur nel cambiare delle circostanze e dei protagonisti. Gli stivali mussoliniani che la satira politica aveva fatto indossare a Craxi si trasformarono nel fez che la più agguerrita stampa di sinistra aveva fatto calcare a Silvio Berlusconi nell’autunno del ’93, prima ancora della formale «discesa in campo» dell’uomo che, bizzarria della storia, si trovava già in odore di fascismo per il suo sostegno al «fascista» Gianfranco Fini nella corsa a sindaco di Roma. Poi il decisionista Berlusconi divenne nella mentalità corrente della sinistra un «fascista», «autoritario» e «cesarista» per suoi esclusivi demeriti e non più per interposta persona. Ma anche Cossiga, nell’epoca della sua massima foga esternatoria, venne accusato di usare il piccone per demolire il sistema ereditato dalla Resistenza e spianare la strada a un nuovo «modello autoritario». Una sindrome, appunto. Un’attitudine a leggere ogni rottura del quadro consolidato con gli stessi occhiali deformanti del passato. L’ossessione anti-decisionista che liquida come tendenzialmente «fascista» o comunque «autoritaria» ogni scelta che non si sottoponga alla liturgia paralizzante della co-decisione. Ecco perché l’«americano» Sergio Marchionne viene indicato con il più europeo ed italiano degli epiteti, indipendentemente dal merito, ovviamente discutibile, delle sue proposte. Decide, e dunque cova in sé una malattia «autoritaria». La sinistra ha perduto spesso, per colpa di questa sindrome paralizzante. Ma gli insegnamenti della storia quasi mai vengono ascoltati".

giovedì 23 dicembre 2010

Lettera dei desideri a Babbo Natale

Cari amici,
ormai le feste natalizie sono alle porte e vogliamo augurarvi un Buon Natale e un Felice 2011. E' stato un anno molto intenso in cui abbiamo messo un altro tassello nella costruzione del nuovo gruppo nato durante le elezioni del 2009. In questi mesi abbiamo sempre cercato di mantenere un atteggiamento responsabile senza però dimenticare che il nostro ruolo di gruppo di opposizione è quello di dire le cose come stanno senza se e senza ma. Questo nostro atteggiamento, libero da ogni condizionamento e sotterfugio, è proprio il motivo dei tanti attacchi che abbiamo subito e che subiremo anche in futuro. Essere liberi dal criterio del tornaconto è merce preziosa e noi la custodiamo gelosamente perchè ci permette di "scuotere i calzari" davanti ai piccoli e grandi dispetti che ci vengono riservati. Se prima di intraprendere ogni nostra iniziativa avessimo calcolato la quantità di improperi che ci aspettavano non avremmo nemmeno iniziato a fare opposizione oppure ci saremmo ridotti a mediare a destra e a manca per mantenere aperte tutte le porte. La propensione alla "svendita" dei propri ideali è cosa molto diffusa e gli ultimi mesi sono stati un importante banco di prova per verificare cosa stia veramente a cuore alle persone che direttamente o indirettamente partecipano alla vita politica del nostro paese. Il panorama sul versante della sinistra è molto "fluido" in quanto sono iniziate "manovre di avvicinamento" che sono sotto gli occhi di tutti, anche dei non addetti ai lavori. Come già detto, noi, al contrario, preferiamo coltivare e rendere più solido il nostro progetto mantenendo la libertà di azione e di opposizione: questo è quello che faremo anche nel futuro.
Vi salutiamo e vi auguriamo un Santo Natale con l'articolo del nostro Gruppo apparso sull'ultimo numero di "Vita di Carpenedolo".

"Caro Babbo Natale,

quest’anno sotto l’albero vorremmo trovare un paese diverso. Non pretendiamo che Carpenedolo si trasformi in New York con tanto di lustrini e luci colorate, ci piacerebbe vederlo solo più bello, più curato, più accogliente. Vorremmo una Fossa Magna pulita, i parchi con l’erba tagliata regolarmente, le strade senza troppe buche e i lampioni che funzionano. Visto che il Sindaco del mio paese continua a ripetere tutti i giorni e a tutte le ore che non ci sono i soldi allora ci rivolgiamo a te, caro Babbo Natale, sperando che almeno tu ci ascolti. Ma un regalo desideriamo più di tutti, caro Babbo: la verità. Ti raccontiamo un fatto che spiega il motivo di questo nostro desiderio.

Nel consiglio comunale del 30 settembre scorso la sinistra carpenedolese, rappresentata dalla maggioranza e dal consigliere di minoranza della Lista “Cambiare Carpenedolo”, ha riservato al nostro gruppo un violento attacco per il semplice fatto di aver presentato una mozione (votata da Pdl, Lega, Carpenedolo al Centro e da un consigliere di maggioranza) che ribadiva il sostegno alla Scuola Materna Maria Immacolata, che, secondo il Vice Sindaco Tafelli e il consigliere Bresciani, dovrebbe rendersi disponibile ad accogliere un congruo numero di stranieri per sopperire alle difficoltà delle altre scuole materne presenti sul territorio. In merito a questa vicenda, la Vice Presidente della Commissione Istruzione Fausta Brontesi ha inoltre ipotizzato la riduzione del contributo concesso dall’amministrazione alla Scuola Materna in caso la stessa non avesse accettato un numero prefissato di alunni stranieri. Come forse anche tu sai, caro Babbo Natale, la Scuola Materna Maria Immacolata vanta il sistema di iscrizione più democratico che esista: chi prima arriva, stranieri inclusi, iscrive i propri figli! Per questo non comprendiamo, caro Babbo, l’aggressione che abbiamo subito per il semplice fatto di non essere d’accordo con le proposte avanzate dalla sinistra. Ma quello che più ci ferisce sono le falsità che sono state dette su alcuni giornali da diversi esponenti della sinistra carpenedolese, Sindaco e amministratori in testa. Il Vice Sindaco Tafelli è arrivato addirittura ad affermare che il consigliere di maggioranza Beschi avrebbe votato a favore della nostra mozione perché si sarebbe sbagliato… Per questo, caro Babbo, ti chiediamo di donarci per queste Feste PAROLE VERE E NON PAROLE BUONE. Perché non è con il buonismo da quattro soldi che si risolvono i problemi, ma con il coraggio di affrontare le proprie responsabilità senza mettere la testa sotto la sabbia. Non si può addossare alla Scuola Materna Maria Immacolata il compito di risolvere i problemi derivanti dalla sconsiderata politica immigratoria voluta dalla maggioranza e avvallata anche dalla lista “Cambiare Carpenedolo”. Caro Babbo, lo sappiamo che ti stiamo chiedendo tanto, ma il nostro paese ha bisogno di tutti i tuoi sforzi. Contiamo su di te, perché con il Sindaco abbiamo ormai perso ogni speranza! Buon Santo Natale a tutti e Felice 2011!"

martedì 21 dicembre 2010

La Moroni anti Vaticano fa tremare Casini e Rutelli

L’ultimo problema per il nascente Terzo Polo si chiama Chiara Moroni. E ri­guarda i valori della bioetica, quelli sui quali si profila difficile l’accordo tra segua­c­i di Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Ca­sini. «Se dovessimo copiare - avverte la de­putata di Fli- l’agenda del Vaticano e farla nostra, il Polo della Nazione sarebbe mor­to prima ancora di nascere». La Moroni elogia le aperture del Pdl sul testamento biologico e attacca i divieti im­posti nel 2004 dalla legge 40 sulla feconda­zione assistita. «È una legge violenta - dice - contro le donne oltreché vergognosa­mente discriminatoria. Obbliga quelle me­no abbienti a rinunciare a un’opportunità offerta dalla scienza e quelle più ricche a emigrare per tentare di avere dei figli. Per questo va cambiata. O quantomeno radi­calmente rivista, se non altro per recepire le sentenze della Corte costituzionale».

La vicepresidente del gruppo Fli alla Ca­mera propone l’istituzione di una consul­ta «che si occupi all’interno del Pdn di temi etici, vale a dire: matrimoni tra gay, legge fine vita, adozioni per i single, fecondazio­ne assistita». Per la Moroni, insomma, le leggi in mate­ria etica «non possono essere dettate da un soggetto esterno alla politica», cioè la Chiesa. Né vale la «disciplina di partito», ma deve essere lasciata «libertà di coscien­za». Se così non sarà, la Moroni sosterrà «azioni o iniziative promosse da altri su questi temi». È una vera sfida e Luca Volontè dell’Udc le risponde duramente. Ricorda che il Pdn si ispira al popolarismo europeo. «Chiara Moroni rincorre Pannella e spara fuoco amico sul Polo della Nazione? Nel Ppe i va­lori cristiani, la dignità della persona (dal concepimento alla morte naturale), fami­glia, libertà sociale, economia sociale di mercato sono imprescindibili». Posizioni che sembrano inconciliabili. È un terreno minato quello dei temi «eti­camente sensibili», con i cattolici di ferro come Casini e la Binetti da una parte e gli esponenti laici del centrodestra come Fini e la Moroni dall’altra. Già in passato il pre­sidente della Camera ha giudicato troppo restrittive le norme sulla fecondazione ete­rologa, schierandosi con il fronte referen­dario (radicali, forze di sinistra e laiche) e ha frenato sul testamento biologico, defini­to «da Stato etico».

Il Pdl sa che questo sarà uno dei primi banchi di prova per il Pdn. E il capogruppo Maurizio Gasparri ha annunciato che alla Camera si aprirà presto il dibattito su euta­nasia e testamento biologico. Sono passa­te poche ore e già le difficoltà interne al po­lo centrista esplodono nelle dichiarazioni della Moroni. Già pronta alla battaglia per­ché nel Pdn «si promuova una libera di­scussione sui temi etici e i diritti civili, ma­trimoni gay», nel rispetto democratico del­le posizioni di tutti e lasciando libertà di opinione. Per Carlo Giovanardi questa è la prova evidente che il Terzo Polo è «un grande equivoco destinato a un misero fallimen­to ». Le posizioni «libertarie e laiciste» del­la Moroni, sottolinea il sottosegretario alla Presidenza, su legge 40, testamento biolo­gico e altri temi bioetici sono «totalmente estranee» alla linea del governo.

lunedì 20 dicembre 2010

E' in arrivo nelle vostre case PdL Carpenedolo News

In questi giorni è in distribuzione nelle vostre case il giornale informativo PDL Carpenedolo News che, in questo numero, vi propone alcuni giudizi sull'attuale situazione a Carpenedolo. Anche questa edizione è potuta andare in stampa grazie all'impegno dei militanti del PDL che hanno contribuito anche finanziariamente affinchè prima di Natale tutti i cittadini potessero avere il quadro di quanto avvenuto in questi ultimi mesi nel nostro paese.
Ci auguriamo che i contenuti del giornale servano a fare chiarezza su alcuni punti che, a nostro avviso, meritavano di essere analizzati in modo chiaro e preciso. Ci siamo permessi un pò di ironia e di sarcasmo perchè francamente siamo un pò stanchi del modo di fare politica arrabbiato e serioso della sinistra (vedasi l'ultimo numero di Info Pd).
Un grazie dunque a tutto il PDL Carpenedolo che, ad un anno e mezzo dalle elezioni, si sta rafforzando grazie al lavoro dei consiglieri, dei commissari e dei militanti.
Andiamo avanti, uniti, verso il futuro!

giovedì 16 dicembre 2010

Dal tentato ribaltone alla nascita del centrino

Dal tentato, e fallito, ribaltone parlamentare a quello mediatico. Ribaltare la realtà è ormai il segno distintivo di Gianfranco Fini e dei suoi compagni di strada, da Casini a Bersani. A leggere la maggior parte dei commenti apparsi sui giornali di ieri sembrava che Berlusconi e la maggioranza avessero di fatto perso e che a vincere fossero stati loro. «Governo Scilipoti», hanno definito in molti l'esecutivo uscito indenne dalla conta ironizzando sul deputato transfuga dell'Idv che sarebbe stato decisivo nella votazione. Ovviamente non è vero. Semmai, decisiva è stata la crisi di coscienza di tre deputati finiani che non se la sono sentita di tradire elettori e ideali (da soli hanno spostato sei voti). Decisiva è stata la compattezza dell'asse Pdl-Lega. La verità viene ribaltata anche sul ruolo e sulla forza del Fli, partito che si è dimostrato inutile alla maggioranza quanto all'opposizione che aveva scommesso di abbattere Berlusconi usando Fini come Cavallo di Troia.La verità è che i ribaltonisti sono usciti dal voto a pezzi (ieri, per la prima volta dall'inizio crisi, un emendamento del Fli non è passato in aula). Tanto che a poche ore dalla sconfitta, Fini, Casini e Rutelli hanno annunciato di voler unire i cocci. Costituiranno un unico gruppo parlamentare, prova generale di una coalizione da mettere in campo in caso di elezione. Un gruppo di centro che non guarda a sinistra, giurano. E mentono. Tutti e tre (Fli,Udc e Api) sono già alleati del Pd nel governo della Sicilia. Un gruppo unito come un sol uomo, giurano. E ri-mentono. La prova è che martedì, uno tra Fini e Casini dovrà rimangiarsi al Senato il voto già dato sulla riforma universitaria. Alla Camera, infatti, il Fli votò a favore e l'Udc contro. Prima prova, quindi, e primo rospo che uno dei centristi dovrà ingoiare. Ne seguiranno altri, perché i cattolici di Casini e i laicisti di Fini non saranno d'accordo (...)(...) su nessun tema etico, su come e dove indirizzare le poche risorse economiche che ci sono, su dove tagliare. Per la verità, e siamo alle comiche, non c'è accordo neppure sul nome da dare a questo schieramento: Alleanza per la Nazione, propongono dal Fli evocando An; Unione dei Centristi, ribattono dall'Udc cercando di sdoganare la propria sigla.Insomma, la grande novità della politica italiana nasce sotto i peggiori auspici e secondo i vecchi riti. Nasce per salvare il soldato Fini dalla sconfitta totale, dargli un po' di ossigeno perché possa illudere i suoi, molti dei quali propensi al ritorno in casa Pdl, che ci sia un futuro politico dopo la batosta di martedì. In sostanza è Casini che sta cercando di inghiottire i traditori di Berlusconi per traghettarli, insieme all'ex candidato premier dell'Ulivo Rutelli, nella pancia della sinistra, senza la quale, fuori dal Pdl, è impossibile pensare di vincere non dico le elezioni politiche ma neppure quelle di un consiglio comunale.Questa descritta non è un’ipotesi di fantapolitica ma il progetto neppure tanto segreto di Massimo D'Alema, l'eterno sconfitto che non sia rassegna a uscire di scena. Proprio D'Alema vede in Casini il nuovo Prodi, cioè il prestanome ideale per riportare gli ex comunisti alla vittoria elettorale e quindi a palazzo Chigi. Il centrino dovrebbe quindi essere l'embrione di un centrone fascio-catto-comunista da contrapporre all'asse Pdl-Lega. Che facciano. Quattro leader sconfitti non ne fanno uno vincente. Quattro idee sommate non ne fanno una buona. Lo si è visto in tutte le elezioni, così come nella votazione sulla sfiducia. Un’operazione di questo genere non farà che accelerare la fuga dei loro parlamentari (ed elettori) verso schieramenti con idee chiare e univoche. Berlusconi e Bossi aspettano a braccia aperte.
(di Alessandro Sallusti- tratto da "Il Giornale")

martedì 14 dicembre 2010

Rutelli, Fini e Di Pietro: chi è causa del suo mal pianga se stesso

Fiducia sia al Senato che alla Camera per il governo Berlusconi: il premier si è gia recato al Quirinale per conferire con il Presidente Napolitano. Dopo la soddisfazione per la fiducia ottenuta è il caso di fare alcune considerazioni in merito ad alcuni deputati che hanno disobbedito agli ordini di partito votando la fiducia al Governo in carica. E' il caso del partito di Rutelli, Alleanza per l'Italia, il quale, prima ancora di misurarsi con le urne, aveva già perso per strada due deputati (Calearo e Cesario- confluiti nel Gruppo Misto) che poi hanno votano la fiducia. Stesso discorso per le due deputate del FLI che hanno apertamente "sfiduciato" il neo presidente del loro partito Gianfranco Fini votando la fiducia al governo targato PDL. Per non parlare dei due deputati dell'Idv che hanno deciso di uscire dal partito di Di Pietro per votare la fiducia. Uno smacco che si dovrebbe avere la decenza di commentare in modo intellettualmente onesto: questi deputati hanno semplicemente ritenuto di non poter consegnare il Paese ad una crisi al buio che avrebbe avuto effetti devastanti. Troppo facile e francamente patetico parlare di voti comprati. Chi si ricorda quando il buon Follini passo dall'Udc al Pd permettendo al governo di centrosinistra di sopravvivere? Questo fu etichettato come un gesto di responsabilità: il solito gioco dei due pesi e delle due misure....
A questo modo di fare ci siamo abituati e per questo pensiamo che, al di là della situazione che ora dovrà essere gestita con attenzione, oggi si sia consumato un momento importante della politica italiana. I vecchi della politica italiana che volevano passare per nuovi hanno preso una sonora lezione: questo è il vero segnale giunto oggi dal Parlamento.
Paolo Spaziani

Comunque vada a finire

Mancano poche ore al voto di fiducia che tiene in sospeso l'Italia da oltre un mese. Per alcuni oggi si dovrebbe consumare l'atto conclusivo dell'era Berlusconi: mandare a casa il Presidente del Consiglio è infatti l'unico vero obiettivo di molti politici che, sia a livello nazionale che locale, vivono in preda ad una vera e propria ossessione per il Presidente Berlusconi. Personalmente credo che la situazione che si è venuta a creare oggi è frutto di un modo di fare politica sbagliato, basato solo sulla vendetta personale e sul desiderio di vedere sconfitto un uomo che, con tutti i suoi limiti, ha comunque governato l'Italia in questi due anni e mezzo evitando che il nostro Paese finisse come la Grecia o l'Irlanda. In queste settimane è stata inoltre approvata alla Camera la riforma dell'università voluta fortemente dagli stessi atenei. Una svolta epocale che ha trovato forti resistenze proprio tra coloro che si riempiono la bocca della parola "cambiamento". Questi politici hanno sostenuto la protesta degli studenti solo per il gusto di mettere in difficoltà il nostro Paese: è questo il cambiamento che dovrebbe arrivare dopo il voto di oggi? Gli stessi politici del "cambiamento" si sono stracciati le vesti perchè nella Finanziaria non era stata inserito il rinnovo del 5 per mille che, vi ricordo, è un'invenzione del centrodestra e non della sinistra. Il Governo, come promesso, ha inserito i fondi necessari al rinnovo del 5 per mille nel decreto milleproroghe. Vedete cari amici, si ritorna sempre al solito punto: chi sostiene che vuole mandare a casa Berlusconi per cambiare è invece il primo a volere mantenere lo status quo: il "ribaltone" rappresenta per questi saltimbanchi solo l'ennesimo modo di rifarsi il "look" per nascondere ancora una volta un modo di fare politica statalista e ideologico. Comunque vada a finire noi saremo pronti ad affrontare le sfide che ci attendono senza esitazioni, sostenendo come sempre il Popolo della Libertà. L'amicizia e la condivisione degli ideali sono sempre il miglior modo di rispondere all'odio e al razzismo ideologico che ormai da tempo infanga il nostro paese.
Paolo Spaziani
Capogruppo PDL in Consiglio Comunale

mercoledì 8 dicembre 2010

Senza firme e soldi Fini si rimangia il ribaltone

All’angolo. Con pochi voti, pochi soldi e poche firme per il suo Manifesto per l’Italia. Fini è forse nel momento più difficile da quando ha iniziato la sua personale battaglia contro il Cav. Eppure, adesso, prima Adolfo Urso, poi Italo Bocchino, in due interviste hanno detto che è l'ipotesi che Fli preferisce. Anzi, ieri il capogruppo alla Camera dei futuristi è stato ancora più chiaro: «Se Berlusconi si dimettesse prima, avrebbe la certezza di continuare per tutta la legislatura. La prassi parlamentare prevederebbe infatti il reincarico da parte del Presidente della Repubblica». E anche la frase pronunciata, sempre ieri, dal presidente della Camera durante un incontro con gli studenti romani al liceo classico Orazio va in quella direzione: «Non faremo mai un ribaltone».Dunque, sembrerebbe, strada sbarrata a un esecutivo tecnico con maggioranze diverse da quella attuale. Ma anche sull'ipotesi Terzo Polo si comincia a frenare. Uno come Silvano Moffa – deputato colomba e votato alla trattativa a oltranza con quella che chiama la parte «ragionevole del Pdl» – spiega che «le alleanze si fanno quando ci sono le elezioni, noi ora siamo e restiamo nel centrodestra». Così in queste ore sono iniziate trattative frenetiche tra Pdl e Futuro e Libertà. Trattative nascoste, sottotraccia, che cesseranno un minuto prima del voto di sfiducia alla Camera. Con l'obiettivo proprio di evitare quella prova di forza che non piace per niente alla parte del partito più moderata. Oltretutto se la «spallata» dovesse fallire per Futuro e Libertà le conseguenze sarebbero disastrose. Perché avrebbe fallito clamorosamente il suo obiettivo e sarebbe di nuovo costretta a una tattica di «guerriglia» in aula contro Berlusconi. Che però stavolta sarebbe difficile da giustificare. Ma anche se si dovesse andare al voto l'orizzonte di Fli non è così roseo. Per i sondaggisti il partito dovrebbe viaggiare attorno all'8 per cento ma è un dato che a molti sembra eccessivo. E che comunque potrebbe non garantire ai finiani posti al Senato. Insomma in questo momento tutto sembra andar male a Futuro e Libertà.Le casse del partito, ad esempio, sono drammaticamente vuote. Il blocco dell'eredità di Alleanza Nazionale ha sconquassato assai i progetti dei finiani che su quei soldi contavano per organizzare il partito. Invece, a corto di fondi, sono stati costretti a far «traslocare» il partito negli uffici di Farefuturo di via del Seminario. Suscitando i malumori di chi ritiene che in questo modo la Fondazione sia diventata troppo politicizzata. Per trovare finanziamenti Fli ha organizzato la cena di venerdì a villa Miani: ogni posto mille euro. Ma gli ospiti sono stati molto meno del previsto e alla fine, per fare numero, gli organizzatori hanno fatto partecipare tutte le persone dello staff dei deputati. Non va certo meglio per la raccolta di firme a favore del Manifesto per l'Italia che verrà presentato a Milano il 14, 15 e 16 gennaio. Nel week end le sottoscrizioni sono state pochissime, a Roma pare che siano state non più di dieci. Ed è probabilmente per questo che Gianfranco Fini un paio di settimane fa ha lanciato l'appello agli immigrati: firmate anche voi il nostro programma. Un'iniziativa in linea con le ultime «evoluzioni» del leader di Fli, che ha depositato una proposta di legge per concedere il diritto di voto anche ai cittadini stranieri. Ma che non tutti i finiani hanno gradito. E le crepe si allargano.

domenica 5 dicembre 2010

Salviamo l'Italia dalla follia sfascista

Vi proponiamo questo articolo di Marcello Veneziani che ci sembra ritrarre in modo equilibrato il momento in cui versa il nostro paese. Molto vero il passaggio in cui Veneziani vede il livore scambiato per moralità, la barbarie per civiltà.
"Da diverso tempo vorrei occuparmi d’altro piuttosto che della miserabile follia che tiene banco in questo Paese. Da tempo mi piacerebbe non occuparmi più di Fini, di Berlusconi e della sinistra, e di tutto quel mondo che si agita intorno a loro. Vorresti chiudere le finestre e metterti a leggere e scrivere cose migliori, e dedicarti di più alle cose che ami.Vorresti, ma non puoi. Senti urla bestiali, feroci battute di caccia per strada e un rumore, un fetore, che sale fin dentro casa. Allora provi a distinguere, a ragionare, eviti la tv, scansi le corride. Provi a vedere le cose per intero (...)(...) e non solo a metà, come invece ci ha abituati questo bipolarismo per branchi di lupi. Ma non ce la fai, ti tirano dentro la mischia. Vedi capovolgere la realtà, con arroganza; vedi il livore scambiato per moralità, la barbarie per civiltà. Se provi a dirlo, se non t’ignorano o t’insultano. Tu credi all’onestà, non solo l’onestà intellettuale, come oggi si dice, ma l’onestà vera e totale, che passa per la mente, il cuore e le mani. Tu cerchi di vedere il buono e il cattivo di questo governo, perché sei convinto che siano legittime sia le critiche sia i consensi. E invece no, ti dicono che il premier deve andar via di corsa, deve dimettersi prima che arrivi Natale. C’è una ragione oggettiva, urgente e suprema per gettare il Paese in un pozzo nero, è forse responsabile della crisi finanziaria e dell’emergenza mondiale in cui viviamo? No, il governo ha fatto cose che si possono approvare o disapprovare, ma nulla di così grave da aprire una crisi al buio, sfasciando tutto, fermando riforme e decisioni necessarie al Paese. Deve andar via subito perché così ha deciso un irresponsabile pallone gonfiato e chiama questa sua minaccia di crisi con vista sul baratro «un atto di responsabilità», chiamando irresponsabile chi pensa che in questo caos sia meglio avere un governo. Le parole funzionano a contrario, la verità è rovesciata. Il pressing in favore dello sfascista, acclamato come statista, si fa assordante. Tu vorresti occuparti di altro ma come fai a star zitto? Non fai in tempo a criticare Berlusconi e il suo «stile di vita» che un’orda di astiosi sciacalli impianta un’oscena gazzarra per trasformare quella storiella in una crisi di governo per volontà planetaria. E se i leader degli Stati Uniti confermano la fiducia al premier, un pettegolezzo raccolto da un diplomatico diventa il Vangelo e bisogna cacciare il peccatore. Un governo caduto sul gossip: è possibile, è civile, è responsabile? Un Paese mandato allo sbaraglio per odio verso un premier voluto dagli italiani, mica da Putin. Tu magari pensavi che il ciclo di Berlusconi dovesse concludersi alla fine di questa legislatura, dopo aver assolto agli impegni promessi; e invece no, questa guerra feroce riapre la mischia, ti costringe a dir bianco per non veder nero, e costringe a sperare che quell’esperienza non si tronchi in questo modo bestiale. Tu avresti voglia di criticare Berlusconi e il berlusconismo, il Pdl, e Verdini, e Bondi, ma non fai in tempo a scriverne che ti ritrovi nell’alternativa tra Silvio e il Nulla, tra il morbillo e la peste. Ma non è solo questione di Berlusconi. Tu non fai in tempo a criticare la Lega perché ami l’Italia e non vuoi vederla spaccata, perché non ti piacciono le sue semplificazioni brutali e preferisci la cultura italiana alla fiction padana, che ti arriva un ciclone in tv e accusa la Lega del contrario di quel che è: di essere in combutta con il sud peggiore, quello camorrista e mafioso, proprio mentre un ministro leghista è impegnato in primo piano a combattere con successo la stessa criminalità organizzata. Vedi insorgere contro il governo, in nome della legalità, quel Granata che è stato per anni il vice di Cuffaro ed è l’alleato di Lombardo, ambedue accusati di associazione mafiosa. Poi vedi che il baluardo casertano contro la camorra è addirittura Bocchino, il più detestato dagli italiani (appena si parla di politica in tv tutti alla terza frase dicono: e quel Bocchino, così arrogante e minaccioso, ma chi è, che ha fatto nella vita, chi si crede d’essere?). E non basta.
Non fai in tempo a pensare che vuoi scriver meno di politica attuale - perché t’interessano altre cose e ti nauseano queste - che tappano la bocca a Feltri, mentre assassini condannati in vari gradi di giudizio, fior di falsificatori e diffamatori di mestiere, possono continuare indisturbati a spargere odio e menzogne a mezzo stampa. E allora che fai, ti barrichi in studio, fai finta di niente? Sei costretto a occuparti, di malavoglia, di questo. E appena accenni a farlo, c’è sempre il velenoso cretino di turno che scrive, su un blog, un sito, o altrove, che sei un servo pagato. E tu per quelli come lui devi lasciare magnifiche letture, devi accantonare i sereni giudizi e passare alle mani, seppur solo per digitare un articolo, come il presente. Ti sale la rabbia a pensare che quel che scrivi in libertà non lo pubblicherebbe nessun giornale dei loro o dei cosiddetti neutrali; e tu che difendi la tua libertà di scrivere quello che pensi, passi per servo assoldato... Dopo che hai passato una vita all’opposizione, tra i maledetti di destra, e continui ad esserlo ancora perché Berlusconi è al governo ma il potere culturale è sempre dall’altra parte, ti devi sentir dare pure del servo di regime. Quando la verità è oltraggiata a questo punto sei costretto a scendere per strada, di malavoglia, per rispondere ai barbari e magari poi ritornare alle cose che ami. Nel brutto dicembre rincuora coltivare dentro di sé un magnifico giugno.
(di Marcello Veneziani)

venerdì 3 dicembre 2010

Oltre i personalismi politici

Il limite della lunga transizione italiana è l´approccio ideologico di chi immagina la politica non come un mettersi al servizio della creatività sociale, bensì pretende di produrre una nuova realtà i cui confini sono determinati da quello che si è capaci di fare. Non più quindi la persona al centro di un´azione politica, ma la politica come personalismo.

Sedici anni fa Silvio Berlusconi ha regalato alla politica italiana alcune innovazioni che hanno prodotto per molti versi una “storia nuova”: in primo luogo ha reso possibile il mettersi insieme di chi sembrava non potesse stare insieme, penso ad Umberto Bossi e Gianfranco Fini, ponendo fine al perverso gioco d potere del cosiddetto "arco costituzionale". Non solo: con Forza Italia è riuscito a costruire una piattaforma in cui si è potuta verificare la compresenza delle anime più diverse che fino al ‘94 hanno cavalcato lo scenario politico italiano. Ex democristiani, socialisti, liberali e repubblicani, ed anche un filone di persone che fino a quel momento erano avevano vissuto al di fuori della partecipazione della cosa pubblica.Purtroppo questa “storia nuova” ha avuto come effetto collaterale di produrre anche una vera e propria “corte”. Nessuna delle componenti che ho prima citato è esclusa da questa corte, tutti ne hanno fatto parte a vario titolo: anche Fini e Casini. Quando il cammino è stato percorso orientandosi ad un approccio non ideologico c´e´ stata “storia nuova”: dal 5 per 1000 alla riforme nel settore del welfare, al tentativo di arginare il peso della criminalità in alcune aree del paese. Servire un bisogno che c´è, appunto.Quando, purtroppo, la logica che si è affermata è stata viziata da un malinteso senso di una politica del "fare" disancorata da contenuti e visioni ideali condivise con pezzi ed esperienze della società reale, ci si è ripiegati su se stessi determinando improvvide divisioni.In questo senso il grande rischio a cui tutto il centrodestra espone il paese è che presentandosi diviso ad un´eventuale tornata elettorale, finirà col favorire il teorema vendoliano, vale a dire l’ipotesi di una sinistra modello “fronte popolare” che, semplicemente ricompattandosi, o meglio, motivando il proprio elettorato più radicale, e tenendo in scacco un Partito Democratico oramai incapace di generare proposte di natura riformista, potrà assicurarsi, con la legge elettorale vigente, il governo del paese.

Se si dovesse fare largo questo scenario, a maggior ragione dovremmo tornare a interrogarci su cosa voglia dire fare politica a partire dalla propria fede, considerando che questa capacità di giudizio era originata, in uomini come Sturzo, dal desiderio di ribadire ribadire il primato della persona di fronte ad istituzioni che si sentivano più padrone che garanti della vita dei cittadini.In assenza di Berlusconi noi avremmo quindi un’offerta politica oscillante tra il fronte popolare e la caricatura finiana dello stato liberale post unitario, quello che invece che servire la società la ingabbiava con leggi antisussidiarie.In entrambe queste prospettive non ci sarebbe spazio per un contributo originale e decisivo dei cattolici alla vita del paese, né si può pensare che un eventuale perdurare dell’esperienza di Berlusconi sia in assoluto garanzia di quell’esperienza.Torno a dirlo quindi: affrontare il tema dell’unità dei cattolici in politica e soprattutto della possibilità di fare politica a partire dall´essere cristiani, non serve a rifare una delle tante DC in miniatura di questi ultimi anni, ma può servire per tornare a radicare nel paese una visione più corrispondente ai nostri ideali dando spazio non all’Italia della rabbia e dei conflitti, ma a quella delle mille voci di una società plurale e propositiva.Una politica basata sulla verità e sulla centralità della persona insomma, non si concepisce demiurgica, ma si piega alla grandezza ed al valore che nella società reale hanno e le esperienze per cui vale la pena costruire.

(di Mario Mauro- Capogruppo Pdl al Parlamento Europeo)