venerdì 3 giugno 2011

12-13 Giugno: l'inganno del referendum sull'acqua


Un miliardo di persone al mondo non ha accesso ad acqua pulita e potabile, due miliardi e mezzo non dispongono di fogne per il trattamento delle acque reflue, ogni anno muoiono 12 milioni di persone per mancanza di acqua non contaminata, ma per i paladini dell’acqua “bene comune” la vera minaccia che incombe sull’umanità è la sua “trasformazione” in merce e l’ingresso dei privati nel settore idrico. Per questo convocano digiuni in piazza san Pietro, per questo hanno raccolto 1,4 milioni di firme referendarie per impedire che anche in Italia la peste del profitto possa abbattersi su sorella acqua. Fa niente se negli assetati, disserviti, inquinati paesi poveri il 97 per cento dei servizi idrici li gestisce tuttora lo Stato; fa niente se l’Italia, dove i privati gestiscono solo il 9 per cento del sistema, è al secondo posto in Europa (dietro la Grecia) per acqua sprecata. Fa niente: l’acqua e i servizi che la riguardano devono restare pubblici, i soldi ce li deve mettere lo Stato. I dogmi contano più della realtà. E infatti l’avanguardia del movimento contro la “privatizzazione” conta sacerdoti come padre Zanotelli e vescovi come quello di Reggio Emilia, che però riguardo al referendum mostrano una paurosa ignoranza circa l’oggetto del contendere. Invitando tutti i cittadini a votare “sì” nel referendum del 12-13 giugno, monsignor Adriano Caprioli ha infatti scritto: «L’acqua è fonte di vita. Privatizzare l’acqua significa diventare proprietari della vita altrui. Perciò l’acqua deve restare pubblica». Ma la legge Ronchi, oggetto del referendum, non privatizza affatto l’acqua: «L’acqua è e resta un bene pubblico. Questo concetto viene ribadito all’art. 15 del Decreto Ronchi che parla di “piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche”», spiega Oscar Giannino, presidente del Comitato per il No ai referendum. «Così come pubbliche resteranno le infrastrutture e le reti. Il vero punto di innovazione è la trasparenza nella individuazione del gestore. Non più monopoli di fatto, ma libero mercato, per assicurare ai cittadini una gestione più efficace, efficiente e quindi economica». Dunque non la privatizzazione, ma liberalizzazione del servizio è l’oggetto della legge Ronchi e dei referendum abrogativi. Un dibattito non demagogico dovrebbe rinunciare alla propaganda dai toni savonaroliani e concentrarsi sulla domanda: la liberalizzazione migliora il servizio o lo peggiora? L’esperienza insegna infatti che la partecipazione dei privati può essere positiva o negativa, produrre successi ma anche insuccessi.Forse più che dividersi come guelfi e ghibellini sull’apertura ai privati bisognerebbe organizzare meglio e dare più poteri agli enti di controllo. A questo proposito, la vittoria dei “sì” nel referendum peggiorerebbe soltanto le cose: i referendum negano la necessaria separazione delle funzioni di indirizzo, governo, controllo da quelle gestionali: sono mestieri diversi, con competenze molto diverse, mantenere questa confusione porta a perpetuare inefficienze.Il vero obiettivo, non dichiarato, dei referendum sarebbe quello di far tornare l’intero settore in Italia alla gestione da parte dei Comuni, senza alcuna gara pubblica e dunque tornando a far regnare in materia opacità, sussidi incrociati, tariffe speciali a fini clientelari, piante organiche sempre più estese di dipendenti pubblici a tutti gli effetti». Sarebbe questa la ragione per cui, accanto a qualche tonaca, si sono viste tante fasce tricolore ai banchetti per la raccolta delle firme referendarie. «Nella situazione attuale», spiega Togni, membro del Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche dal 1995 al 2000 «il sindaco è il padrone dell’ente a cui ha affidato direttamente la gestione dell’acqua, cioè controlla un soggetto che fattura milioni o miliardi di euro e che ha centinaia o migliaia di dipendenti. È lui che nomina gli amministratori: un bell’esercizio di potere. Ci si può stupire che i sindaci mediamente siano contrari al passaggio alle gare aperte ai privati?». Ma con una grande foglia di fico con su scritto “no alla privatizzazione dell’acqua, bene comune” tutto questo si può nascondere molto bene.


(tratto dal settimanale "Tempi"- di Rodolfo Casadei)

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